App e servizi online a scuola: i genitori temono per la privacy dei figli

Fonte LA STAMPA Tecnologia, di Federico Guerrini, 02/10/2014

I risultati di una ricerca di SafeGov.org fra le famiglie di undici nazioni, fra cui l’Italia

In realtà NON è così. La piattaforma Google Apps for Educatio, oltre che gratuita è PRIVA di ogni forma di pubblicità e le Policy di Google in fatto di minori sono estremamente precise – n.d.r.

ablet e registro elettronico alla mano, sempre più insegnanti fanno uso a scopo didattico di applicazioni e servizi (un esempio: Google Apps for Education basati sulla “nuvola”. Ma la crescente digitalizzazione della scuola oltre agli indubbi benefici, porta con sé anche legittimi timori per la privacy degli studenti.

I primi ad essere preoccupati, come denuncia una ricerca dell’istituto specializzato Safegov.org , sono i genitori, sempre più consapevoli, che dietro l’apparente gratuità di tali servizi, si nasconde il rischio dell’analisi delle abitudini e dei comportamenti online dei loro figli. Le aziende possono poi usare tali dati a scopo commerciale, per far apparire sugli schermi dei ragazzi annunci in linea con le loro preferenze.

Si tratta di una questione delicata: la pubblicità rivolta ai minorenni è spesso soggetta a regole più rigide da quella per gli adulti, dato che i primi sono considerati più influenzabili e malleabili dei secondi. E spaventa anche il fatto che le multinazionali di Internet possano costruire un archivio delle preferenze degli utenti, dall’età scolare in poi. In passato la stessa Google ebbe non poche noie a questo riguardo.

SafeGov ha interpellato 5.500 famiglie di 11 nazioni, Italia compresa: anche se, nel complesso, i genitori ritengono che le applicazioni online possano apportare molti benefici alla formazione educativa dei pargoli, per la stragrande maggioranza, il 79% degli intervistati, le scuole dovrebbero impedire a società esterne di monitorare l’attività su Internet dei loro ragazzi.

La consapevolezza del problema è acuta soprattutto in Europa ed Asia, mentre è molto più tenue in Giappone, Australia e Stati Uniti. Fra gli abitanti del Vecchio Continente, si scopre, un po’ a sorpresa, che gli italiani, assieme ai polacchi, sono quelli più all’erta – stranamente però sono anche fra i meno timorosi (solo l’86% si dice fortemente preoccupato, contro una media europea del 91%) e sono anche fra i più inclini ad accettare operazione di “data mining”, purché volte a migliorare le prestazioni scolastiche degli studenti. Un atteggiamento tutto sommato abbastanza lassista, che però muta, e si riallinea alla media generale, una volta che alle famiglie vengono fornite informazioni adeguate.

Già, ma di chi è la responsabilità di far sì che gli studenti non vengano messi sotto una lente e studiati come animali da laboratorio, per far contenti gli inserzionisti? L’opinione generale è che siano le scuole a dover agire per preservare la privacy dei loro iscritti, ma circa un terzo degli intervistati ritengano che anche genitori, aziende e governi possano giocare un ruolo importante per prevenire abusi.

La ricerca, come accennato, si concentra sulla della riservatezza dei dati e non tocca altri aspetti problematici relativi all’introduzione di applicativi Web nella dieta educativa dei ragazzi. Specie per i più giovani, non è detto che il tempo passato davanti agli schermi sia per forza speso bene, denuncia ad esempio una ricerca dell’Alliance for Childhood : se eccessivo, potrebbe andare a scapito di altri elementi importanti della crescita, come l’interazione fisica con pari età e adulti, e lo sviluppo della manualità.

Fra i detrattori di un eccessivo utilizzo del digitale in tenera età figurano anche nomi insospettabili, come quello di Steve Jobs (che limitava l’uso dell’iPad ai propri figli) e del co-fondatore di Twitter Evan Williams, che ai gadget da dare in pasto alla prole, preferisce i libri. Di carta.

Tutto può essere, ma la scuola non può e non deve esimersi da un processo di formazione tecnologica ad ampio spettro, somministrando in maniera ragionata e intellettualmente costruttiva la conoscenza di un mondo che non deve spaventare. inoltre le Google Apps for Education sono conformi con il Children’s Online Privacy Protection Act – n.d.r.