Cyber Security: l’insostenibile leggerezza dell’essere

Cyber Security: l’insostenibile leggerezza dell’essere

Cyber Security: non che alla fine non ci si possa rammaricare di qualcosa – “Accidenti! Potevo usare una password più complessa! – ma sottovalutare bellamente il problema della sicurezza informatica è oggi un comportamento irresponsabile.

Senza disturbare Kundera per intraprendere una analisi interiore di situazioni, sentimenti e comportamenti, rimane il fatto: l’anello debole della sicurezza informatica è l’uomo, appunto, con le sue debolezze.

Diverse analisi svolte negli USA e in Europa restituiscono risultati sconcertanti: l’80/90% delle problematiche infrastrutturali (violazioni, virus, perdita di dati, ecc.) sono imputabili all’operatore! Insomma, a proposito di Cyber Security, dovremmo considerare più seriamente l’Ingegneria sociale.

Oggi abbiamo tutti gli strumenti intellettuali, materiali e legislativi per operare con criteri di sicurezza al PC o con lo Smartphone o qualunque altro dispositivo connesso a Internet, eppure ci ostiniamo a:

  • usare come password il nome dell’animale preferito;
  • impiegare la stessa password per più servizi;
  • non cambiare mai la password;
  • lasciare computer sprotetti;
  • lasciare account di ogni genere loggati;
  • aprire mail provenienti da indirizzi credibili, ma scritte in italiano incerto;
  • … aprire mail con allegati palesemente sospetti, ma pruriginosi;
  • credere che se un Pop-Up segnala che il mio telefono o PC ha dei virus, allora ha dei virus, quindi clicco su “pulisci virus”;
  • credere di avere vinto l’iPhon perché sono il milionesimo;
  • ecc. ecc. ecc.

Se questa non è leggerezza!

Per approfondire e fare qualcosa:

Strategico il fattore umano per la sicurezza informatica? Fonte TechECONOMY, di DaFlavia Zappa Leccisotti, 23 giugno 2016

Google: nuovi strumenti per proteggere la sicurezza del vostro Account Fonte, DMO, Redazione Data Manager Online , 18 ottobre 2017

Like sì o no? Stati ansiogeni e moti compulsivi

Voglio Like, ma ho paura

Like sì o no? Stati ansiogeni e moti compulsivi, la paura di non essere raggiunti al cellulare, il terrore di essere dimenticati, oppure, all’opposto il timore di essere tracciati negli acquisti, di essere geolocalizzati. Le contraddizioni del nostro “io” dalla tecnologia connessa (N.d.R. HTA Group).

Fonte il Giornale.it, di Sara Mauri, 02 agosto 2017

Cellulari e computer hanno creato ansie che prima non c’erano. Persino sulle fotografie

Una mail ci raggiunge praticamente ovunque, le ricerche sono semplici, i documenti accessibili. Possiamo analizzare masse enormi di dati, possiamo comunicare in tempo reale su lunghe distanze.

I nostri dispositivi ci aiutano, e molto. Con il telefono in mano possiamo spegnere le luci di casa, avviare la lavatrice, controllare l’allarme. Da quando la tecnologia è entrata nelle nostre vite, le cose sono più semplici. Però, quasi si trattasse di qualche strano effetto collaterale, sono nate nuove fobie. E sono nuove, perché prima non esistevano. Si chiamano fobie, ma spesso vengono descritte come paure o ansie. Tuttavia, ansie, paure e fobie sono cose differenti. La parola «ansia» deriva dal latino anxus e significa «stretto». Si tratta di una affannosa agitazione provocata da bramosia e incertezza, è essenzialmente di una reazione emotiva dove il pericolo è solo percepito. La paura, invece, è qualcosa di più razionale, è riconducibile a un pericolo reale: è tangibile. Solo una decina di anni fa, quando i dispositivi non erano propriamente gli stessi che abbiamo ora, spesso i computer si bloccavano e non ripartivano. La linea 56k ci metteva tantissimo a collegarsi e emetteva un suono infinito, provando e riprovando a ottenere il collegamento. E i computer sono stati odiati e maledetti. Magari, davanti a uno schermo bloccato. Quella rabbia forte, quella rabbia che ci faceva dire «adesso stacco tutti i cavi», quel chiedersi perché quel dannato attrezzo infernale non comunicava e non si spegneva, quella rabbia che ci provocava un rifiuto verso il nostro schermo bombato, quella che ci faceva battere forte il cuore per il timore che tutti i documenti sarebbero andati persi, quell’istinto atavico che ci faceva giurare che mai più avremmo acceso il pulsante «on», quella era «tecnofobia». La «tecnofobia» genera nell’individuo paura e rifiuto verso la tecnologia. In quei momenti, anche il più paziente dei pionieri del web avrebbe rifiutato la tecnologia. Ma esistono altre paure che prima della tecnologia non esistevano. E sicuramente, queste paure le avranno sperimentate tutti, almeno una volta nella vita.

Avete la necessità di controllare sempre il telefono, non riuscite a farne a meno neanche per un’ora, temete di andare in un luogo perché il telefono non prende? Avete paura di staccarvi dal vostro amato computer anche solo per poche ore? Potreste avere i sintomi della «nomofobia». In alternativa, se la vostra paura è quella di sentirvi dimenticati dal mondo dei social network e di non ricevere «like», potrebbe trattarsi di «athazagorafobia»: la paura di essere dimenticati.

Pensate che i computer ci rubino dati personali e che siano troppo invasivi? Controllate che i computer non abbiano accesa la localizzazione e che non traccino i vostri acquisti? Tutti sintomi della «cyberfobia», la paura fobica dei dispositivi, visti come componenti ostili. Se siete timidi, potreste invece aver timore irrefrenabile di fare telefonate o di ordinare una pizza. Questa fobia si chiama «telefobia»: si ha paura di telefonare perché si teme di non apparire brillanti. La «neofobia», invece, è la paura ingiustificata che si prova verso i cambiamenti e verso le nuove idee. Che dire? Esiste anche la paura di essere giudicati male per aver postato una foto: è «catagelofobia», collegata alla paura di sentirsi brutti agli occhi altrui. Ma si può anche avere paura di prendere la metropolitana, legata alla paura di trovarsi negli spazi chiusi (claustrofobia) e alla paura di trovarsi in spazi con persone (agorafobia).

Paradossalmente, esiste anche la paura di incontrare le persone vis à vis. Però, qui, la tecnologia aiuta: anziché incontrare qualcuno e provare un forte stress, ci si può parlare da dietro a uno schermo. Triste, ma utile.

Adobe Flash va in pensione

Adobe Flash, in pensione nel 2020

E dire che alcuni ci credono ancora in Adobe Flash, a dispetto dell’impossibilità, oramai manifesta da tempo, di visualizzare correttamente i contenuti dei Siti Web su dispositivi mobili, nonostante la vulnerabilità ad attacchi, a fronte del fatto che anche YouTube NON lo usasse più come lettore predefinito e che Chrome lo ha disattivato come impostazione predefinita a partire da gennaio 2017.

Vedremo ora quanto i nuovi standard di progettazione e visualizzazione reggeranno all’evoluzione del Web (N.d.R. HTA Group).

Fonte PIANETACELLULARE, di Simone Ziggiotto, 26 luglio 2017

Adobe è finalmente pronta a dire addio a Flash, invitando i creatori a sviluppare contenuti con i nuovi standard come HTML5. Flash ‘muore’ nel 2020.

Adobe ha da tempo giocato un ruolo di primo piano nel promuovere l’interattività e i contenuti creativi – dai video, ai giochi e altro ancora – sul web ma la società è finalmente pronta a dire addio a Flash, il software per uso prevalentemente grafico che per oltre vent’anni ha permesso agli sviluppatori web di creare animazioni vettoriali.

Flash è stato molto utilizzato per creare giochi o interi siti web ed è stato usato da molte piattaforme di streaming audio/video negli ultimi due decenni, ma con l’evoluzione delle ultime versioni degli standard web era inevitabile l’abbandono prima o poi della tecnologia.

Non ci voleva molto per capire che Flash avrebbe avuto vita breve – negli ultimi due anni il software è stato solo causa di potenziali attacchi per la miriade di vulnerabilità trovate. Proprio per questo le più grandi aziende del web hanno lentamente ritirato il supporto del software di Adobe nel corso degli ultimi anni. YouTube non usa più Flash come lettore predefinito a favore di HTML5 nel mese di gennaio 2015 e Chrome prima ha iniziato a controllare ogni istanza di Flash sulle pagine, poi lo ha disattivato per impostazione predefinita. La stessa Adobe ha terminato lo sviluppo di Flash Player per dispositivi mobili nel 2012, riconoscendolo inferiore al nuovo standard HTML5.

Il 1 dicembre 2015, Adobe ha iniziato ad invitare i creatori di contenuti ad utilizzare i nuovi standard web alternativi a Flash, come HTML5, riconoscendo di fatto già un anno e mezzo fa la fine del suo standard. Adobe allo stesso tempo ha anche rinominato la sua applicazione Flash Professional CC in Animate CC. A fine 2015, oltre un terzo di tutti i contenuti creati con Flash Professional usavano lo standard migliore HTML5, aveva fatto sapere Adobe sul suo blog, sottolineando comunque che Animate CC avrebbe continuato a supportare il formato Flash per qualche tempo.

Dalla fine del 2015 al 2020, Flash sta avendo una morte lenta che in realtà si può dire essere iniziata molto tempo prima, a partire dalla fine del supporto su smartphone e poi per i numerosi bug riscontrati nei plugin per siti web, sfruttati molto dagli hacker per violare i computer degli utenti. Anche se Flash inizialmente ha avuto un grande successo come strumento per la creazione di giochi web e animazioni, ha sempre avuto una serie di aspetti negativi che si sono distinti sempre di più ogni anno.

Adobe va nel 2017 a chiudere definitivamente ogni tipo di supporto per Flash, due anni dopo aver invitato i creatori ad usare standard alternativi come l’HTML5 con la presa di coscienza della società che il suo software ormai è morto.

“Dove abbiamo visto una necessità di spingere il contenuto e l’interattività in avanti, abbiamo innovato per soddisfare tali esigenze” ha scritto Adobe nel suo blog il 25 luglio. “Quando un formato non esisteva, ne abbiamo inventato uno – come ad esempio Flash e Shockwave. E nel tempo, mentre il web si è evoluto, questi nuovi formati sono stati adottati dalla comunità, in alcuni casi costituendo la base per gli standard aperti, diventando una parte essenziale del web.”

Adobe ha tuttavia appurato che standard aperti come HTML5, WebGL e WebAssembly sono maturati nel corso degli ultimi anni, con la maggior parte di essi che offrono ora molte delle funzionalità che i plugin sono stati in grado di offrire in passato, diventando un’alternativa valida per i contenuti sul web.

Nel tempo, Adobe ha visto che sempre piu’ funzionalità un tempo disponibili solo con i suoi plugin sono state incorporate – e migliorate – negli standard web aperti. “Oggi, la maggior parte degli sviluppatori di browser integrano le funzionalità una volta forniti da plugin direttamente nei browser e deprecando i plugin” prosegue Adobe nel suo blogpost.

In considerazione di questo progresso e in collaborazione con diversi partner tecnologici, tra cui Apple, Facebook, Google, Microsoft e Mozilla, Adobe ha pianificato la fine di Flash. In particolare, la società intende interrompere l’aggiornamento e la distribuzione di Flash Player alla fine del 2020, e incoraggia i creatori di contenuti a migrare qualsiasi contenuto Flash esistente ai nuovi formati aperti.

Diverse industrie e aziende sono state costruite sulla tecnologia Flash – dai giochi, all’istruzione passando per i video – e Adobe resta impegnata a sostenere Flash fino al 2020, in quanto clienti e partner hanno messo in atto i loro piani di migrazione ai nuovi standard aperti ma ancora non possono fare a meno di Flash. Pertanto, Adobe continuerà a supportare Flash sugli OS e sui browser più importanti che attualmente supportano il contenuto Flash tramite il progetto EOL. Adobe si impegna a rilasciare fino al 2020 patch regolari di sicurezza, mantenere la compatibilità con i sistemi operativi e browser e di aggiungere funzionalità se necessario.

“Rimaniamo pienamente impegnati a lavorare con partner, tra cui Apple, Facebook, Google, Microsoft e Mozilla per mantenere la sicurezza e la compatibilità dei contenuti Flash” prosegue la società nella nota. “Inoltre, intendiamo spostare in modo più aggressivo EOL Flash in determinate aree geografiche in cui vengono distribuite versioni non autorizzate e obsolete di Flash Player.”

Anche dopo la fine di Flash, Adobe rimarrà impegnata nel condurre lo sviluppo di nuovi standard web e parteciperà attivamente al loro avanzamento. Ciò includerà continuare a contribuire allo sviluppo dello standard HTML5 e partecipare al gruppo di community di WebAssembly.

Guardando avanti, “Adobe continuerà a fornire i migliori strumenti e servizi per i progettisti e gli sviluppatori per creare contenuti sorprendenti per il web” ha concluso la società.

Paint

Paint non scomparirà

E conserviamoci anche questo pezzo di storia!

La validità di questo applicativo residente nel Sistema Operativo di Microsoft è limitata e non paragonabile a Photoshop o Gimp (Free e Open Source)… ma alle cose ci si affeziona e simo un po’ nostalgici (N.d.R. HTA Group).

Fonte Repubblica.it, di Simone Cosimi, 25 luglio 2017

Lo storico programma di fotoritocco uscirà dal sistema operativo ma sarà scaricabile gratuitamente dal negozio virtuale. Molte delle funzionalità integrate nell’erede Paint 3D. Ecco le alternative

FERMI TUTTI, Paint non è morto. Il mitico programma di fotoritocco, integrato e disponibile su tutti i pc equipaggiati con sistemi operativi Windows, non andrà del tutto in pensione per lasciare spazio al fratello maggiore Paint 3D. Dopo 32 anni di lavoro – sul tema sono tornati in tutta fretta anche i massimi vertici di Redmond con una comunicazione apposita dopo il curioso moto di nostalgia che ha colpito mezzo mondo – si trasformerà e sarà gratuitamente a disposizione su Windows Store, il negozio delle applicazioni per l’ambiente operativo del colosso guidato da Satya Nadella.

“Abbiamo notato un’incredibile ondata di nostalgia per MS Paint – ha spiegato Megan Saunders che in Microsoft dirige la 3D for Everyone Initiative – e se c’è qualcosa che abbiamo imparato è che dopo 32 anni MS Paint ha ancora un sacco di fan. Per questo abbiamo deciso di chiarire la situazione e condividere alcune buone notizie”. Si tratta appunto del fatto che Paint rimarrà in una nuova casa: non più integrata nel sistema operativo ma appunto scaricabile dal Windows Store. Senza contare che molte delle vecchie funzionalità rimarranno nel nuovo Paint 3D, introdotto lo scorso aprile con una Creators Update.

Con il prossimo aggiornamento, quello autunnale, è invece prevista – fra le altre funzioni e programmi ritenuti obsoleti come 3d Builder ed Outlook Express – la rimozione di Paint dai sistemi operativi. L’intervento del management conferma dunque che il software nato nel 1985 uscirà dal sistema per traslocare nel negozio di app, da cui recuperarlo agevolmente.

Ovviamente di alternative a Paint, se proprio non si resiste a quell’impianto essenziale per disegnare e lanciarsi in poche ma divertenti funzionalità grafiche, ce ne sono molte. Online e offline. Si va da Gimp (Windows/macOS/Linux) a Inkscape (Windows/macOS/Linux) passando per Artweaver Free (Windows). A dirla tutta sono spesso cloni di Photoshop, più che di Paint.

Se il problema è invece catturare, modificare, salvare e condividere screenshot – diciamoci la verità, Paint lo usavate ormai solo per quello – Windows offre una soluzione migliore. E la offre da una quindicina d’anni: si chiama Snipping Tool (in italiano Strumento di cattura), introdotto nel lontano 2002 con un pacchetto di aggiornamenti Windows XP dedicati ai tablet. Negli anni è stato sotterrato ma per recuperarlo bisogna andare negli Accessori, sotto la cartella Programmi. Su Windows 10 digitate “snip” nella casella di ricerca di Cortana. Qui tutte le istruzioni. Lo strumento di cattura, estremamente essenziale, permette anche di realizzare screenshot irregolari. E premendo la combinazione Cntrl/Stamp gli screenshot finiscono nel programma, a patto che sia aperto.

G Suite Scuole

G Suite for Edu

Si, ok, ma a cosa serve?

Stupefacente ma è così, confermiamo. Molte scuole NON si avvalgono ancora dei servizi GRATUITI offerti da Google. Moltissime Istituzioni Scolastiche tra quelle che utilizzano la formula edu di Google la utilizzano al minimo o peggio NON SANNO CHE FARNE. Perché?

  1. a volte, per mancanza di lungimiranza e capacità di percepire e concepire uno scenario digitale da parte dei dirigenti;
  2. perché una revisione delle metodiche didattiche e amministrative costituisce una prospettiva troppo impegnativa;
  3. per mancanza di agenzie formative specializzate e capaci di integrare formazione didattico-pedagogica e tecnologica;
  4. perché viene lasciato libero arbitro e libera iniziativa ad attori intraprendenti ma isolati che approcciano piattaforme diverse in modo creativo, ma disordinato e poco organico e redditizio dal punto di vista formativo;
  5. spesso per tutte e quattro le ragioni (N.d.R. HTA Group).

Fonte eGoo, di Irven Zanolla, 7 luglio 2017

Le scuole si sono chiuse da poco ed è il momento per i dirigenti scolastici di iniziare a pensare alle soluzioni da adottare per favorire la digitalizzazione nei propri istituti. Google già da tempo offre soluzioni cloud che aiutano insegnanti e studenti ad entrare nel mondo digitale.

Per spiegare in concreto G Suite for Education cos’è prendiamo l’esempio di quanto accade negli Stati Uniti, dove numerosi istituti scolastici hanno già adottato le applicazioni per le scuole di Google ed i Chromebook.

Per misurare l’impatto che l’adozione di G Suite per le scuole ha avuto, Google ha commissionato alcune ricerche che hanno evidenziato i fattori chiave che aiutano gli studenti e le scuole a crescere quando utilizzano le soluzioni di Google.

Quali vantaggi G Suite for Education offre alle scuole

Secondo la ricerca condotta da Evergreen Education Group per conto di Google, nonostante le differenze riscontrate tra le scuole esaminate, tutte hanno ottenuto dei vantaggi dall’utilizzo dei Chromebook e delle app di G Suite.

Alcune scuole hanno aumentato il tasso di studenti diplomati, altri la capacità di lettura degli studenti. Un Istituto Tecnico del Texas ha superato tutte le altre scuole dello stesso distretto scolastico dopo aver introdotto l’utilizzo dei Chromebook e c’è stato un decremento del 72% di compiti non svolti a casa.

Nelle scuole pubbliche della Florida la percentuale degli studenti che hanno ottenuto il miglior punteggio nelle materie umanistiche è passata dal 81% al 85% ed è migliorata anche la capacità di ricerca e collaborazione tra studenti.

Il fatto di potersi collegare tramite i Chromebook e G Suite, sia da scuola che da casa, favorisce l’impegno nello studio e facilita l’apprendimento anche per gli alunni con maggiori difficoltà. Gli studenti che sono assenti possono recuperare le lezioni attraverso video online e webinar.

I Chromebook, inoltre, consentono un risparmio per gli istituti scolastici in termini di costi rispetto ad altri dispositivi similari e G Suite for Education è gratuita.

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Fattura elettronica

La chance della fattura elettronica

Un percorso fatalmente ineluttabile.

Già obbligatoria nelle procedure di fatturazione con la PA, da settembre, secondo le indicazioni del Governo, dovrebbe “:)” entrare in vigore anche tra privati (N.d.R. HTA Group).

Fonte Sole 24 ore Norme e Tributi di Benedetto Santacroce, 6 giugno 2017

La comunicazione della liquidazione periodica Iva si inserisce in una strategia globale di accertamento del Fisco che deve essere ben conosciuta e valutata nella compilazione del modello e nei controlli che il contribuente deve fare rispetto ai successivi adempimenti relativi alla stessa imposta. In effetti la comunicazione della liquidazione periodica Iva è il primo adempimento che da quest’anno il contribuente deve fare per informare l’agenzia delle Entrate della sua posizione creditoria o debitoria Iva. Accanto a questo adempimento il contribuente dovrà inviare in successione le comunicazioni dei dati delle fatture emesse e ricevute ( per il 2017 l’adempimento non collima all’inizio con la liquidazione trimestrale perché deve essere inviato per il primo semestre entro il 16 di settembre, ma collima alla fine entro il 28 febbraio 2018) e la dichiarazione Iva (che avverrà per il periodo d’imposta 2017 entro il 30 aprile 2018).

Pertanto con tali comunicazioni il Fisco potrà valutare la coerenza tra le dichiarazioni inviate e i pagamenti fatti, riuscendo in tempi più brevi a intervenire rispetto ai, non infrequenti casi, di omessi o insufficienti versamenti dell’imposta.

Per gli operatori tutto questo si riflette in termini di controlli interni ed esterni. Sul piano interno le comunicazioni devono essere coerenti tra di loro. Sul piano esterno le comunicazioni devono essere confrontate con le comunicazioni dei propri clienti e fornitori.

Sotto questo punto di vista si ricorda che dal 1° gennaio 2017 gli operatori possono utilizzare il sistema di interscambio per l’invio delle fatture elettroniche, nonché dei dati fattura. Nel caso in cui il fornitore o il cliente utilizzi questo canale sarà possibile e opportuno per il contribuente effettuare un ulteriore controllo incrociato nel cassetto fiscale per verificare quali operazioni sono state inviate al fisco dai propri partners commerciali.

A tutto questo si aggiungono le nuove regole appena approvate in sede di conversione del Dl 50/2017 che prevede una sostanziale riduzione dei termini per l’esercizio del diritto di detrazione che già per il 2017 sarà operabile al massimo entro il 30 aprile 2018 e le nuove regole in materia di compensazione dei crediti fiscali. Queste previsioni hanno lo scopo rispettivo:

– di rendere uniformi tra fornitore e cliente le informazioni relative alle fatture attive e passive dichiarate al fisco al termine del periodo d’imposta. Non sarà più possibile, infatti, (se non attraverso l’istituto del ravvedimento operoso) esercitare il diritto di detrazione oltre il termine di presentazione della dichiarazione annuale Iva;

– di ridurre i casi in cui la compensazione orizzontale tra imposte diverse sia possibile in modo libero e senza il visto di conformità. Inoltre, le predette compensazioni dovranno avvenire solo attraverso i canali telematici dell’agenzia delle Entrate.

È importante, infine, sottolineare che entro la fine del 2017 il contribuente è chiamato, nuovamente, a scegliere se assoggettarsi volontariamente all’invio telematico dei dati fattura e dei corrispettivi ovvero se scegliere di emettere e ricevere solo fatture elettroniche. Sotto questo profilo bisogna segnalare che nei programmi del Governo si vorrebbe realizzare (in un termine non ancora definito) un passaggio alla fattura elettronica obbligatoria tra privati e, in termini più brevi (sembra entro settembre 2017) si vorrebbe introdurre nuove semplificazioni per chi adotta sistemi telematici di invio periodico dei dati fattura.

Tutto questo dovrebbe far riflettere i contribuenti che è meglio anticipare i tempi delle riforme in luogo di subirle e poi correre ai ripari nell’emergenza del nuovo adempimento.

G Suite e sicurezza dati

G Suite Enterprise Edition

Sicuramente più sicurezza per le imprese!

La conservazione, la tutela e la salvaguardia dei dati è una buona pratica che ha valore preventivo, ma la percezione del rischio informatico tende ad essere molto flebile fino a quando il problema non si manifesta: ma allora è troppo tardi (N.d.R. HTA Group).

Fonte HD Blog, 01 Febbraio 2017

Google torna a mettere mano alla sua offerta di applicazioni e servizi dedicati al mondo delle imprese, presentando una versione espressamente rivolta ad esse, con il nuovo pacchetto G Suite Enterprise Edition. Da sempre, questa suite di applicazioni include l’accesso a servizi comunemente utilizzati anche dagli utenti come Gmail, Documenti/Fogli/Presentazioni o Calendar, Google ha quindi pensato di introdurre un ulteriore livello sviluppato appositamente per le imprese, implementando nuove funzionalità come la prevenzione della perdita di dati (DLP), una gestione migliorata dei gruppi di lavoro e funzionalità avanzate di crittografia.

DLP viene per la prima volta integrato in Google Drive e come spiegato dalla società, renderà ancor più semplice per gli amministratori proteggere i dati sensibili, controllare quali contenuti possono essere memorizzati ed allo stesso tempo proteggere gli utenti dalla condivisione accidentale di informazioni riservate.

Per quanto riguarda invece la crittografia studiata appositamente per questa nuova G Suite, viene introdotto lo standard S/MIME, che permette di migliorare l’organizzazione dei certificati. Gli amministratori possono applicare la crittografia basata su un certo tipo di regole organizzative, analizzare i log di Gmail attraverso un’integrazione BigQuery preconfigurata, e creare dashboard personalizzate.

Per finire, non mancano miglioramenti alla gestione dei gruppi di lavoro, G Suite Enterprise Edition introduce infatti l’autenticazione in due fasi per ogni membro del gruppo, sia attraverso i metodi tradizionali oppure utilizzando metodi più sicuri come chiavi Bluetooth o NFC. Allo stesso modo, gli amministratori possono limitare gli accessi solo ad alcuni utenti e gestire la distribuzione delle chiavi di sicurezza con un report di utilizzo.

Queste ed altre novità relative alla nuova Google G Suite Enterprise Edition, sono già disponibili e consultabili a questo indirizzo.

HTA Consulenza informatica - Internet - Social

Numeri? Certo! Parole? Non contano

Le parole contano e i numeri parlano… magari fosse così.

Oggi i Social Network hanno un valore strategico nel campo del marketing?

Il mercato come si relaziona coi Social Network?

Il sottobosco talvolta opaco e poco gradevole mal celato nei Social, la cronaca canta, NON influisce sul NUMERO dei fruitori?

Fenomeni Social come Rovazzi, youtuber come i Mates, fashion blogger come Chiara Ferragni muovono nella rete numeri tali di follower da ingolosire le aziende che ne fanno testimonial o neanche troppo sofisticati veicoli di messaggi pubblicitari subliminali facendo leva su un target prevalentemente giovane, molto giovane.

In altri termini, l’élite di personaggi che assurgono ad un ruolo di estrema visibilità nel Web, non importa che dicano cose sensate (è un dettaglio), non conta che siano StartUp specializzate in ADV a individuarli e a “lanciarli” (il successo “genuino” è una rarità nel Web), non è essenziale la loro effimerità, l’importante è che si sollevino migliaia, centinaia di migliaia, milioni, centinaia di milioni, miliardi di click, visualizzazioni e i Like.

Da questa sintetica e incompleta ma sufficiente analisi, che ognuno tragga le considerazioni che vuole, ovviamente dipende da che parte stai e cosa vuoi farne dei Social Media: sei uno che clicca, un “bot” umano compulsivo e suggestionabile? O vuoi usare la rete per far conoscere la tua attività?

Ma le parole contano davvero? Beh, i numeri parlano da soli.

In Italia (dati 2015)

FACEBOOK 28 Milioni Utenti Attivi via Vincos
YOUTUBE 27 Milioni Utenti Attivi via YouTube
TWITTER 8 Milioni Utenti Registrati via Sole24Ore
TUMBLR 8 Milioni Utenti Attivi via Yhaoo
SNAPCHAT 256.000 Utenti Attivi via Statista
LINKEDIN 7 Milioni Utenti Registrati via LinkedIn
INSTAGRAM 9 Milioni Utenti Attivi via LaStampa
GOOGLE PLUS 3,8 Milioni Utenti Attivi via GlobalWebIndex
PINTEREST 1,4 Milioni Utenti Attivi via PinterestItaly

Nel mondo (dati 2015)

FACEBOOK 1.59 Miliardi Utenti Attivi via Statista
YOUTUBE +1 Milardo Utenti Attivi via YouTube
TWITTER 320 Milioni Utenti Attivi via Twitter
QZONE 654 Milioni Utenti Registrati via Tencent
WEIBO +500 Milioni Utenti Attivi via The Next Web
RENREN +194 Milioni Utenti Attivi via iResearch iUser Tracker
VKontakte +66 Milioni Utenti Attivi via VK
LINKEDIN 400 Milioni Utenti Attivi via LinkedIn
GOOGLE PLUS 343 Milioni Utenti Attivi via GlobalWebIndex
TUMBLR 420 Milioni Utenti Attivi via Tumblr
INSTAGRAM 400 Milioni Utenti Attivi via Instagram
VINE 40 Milioni Utenti Registrati via Vine
TAGGED 11 Milioni Utenti Attivi via Tagged
FOURSQUARE 55 Milioni Utenti Attivi via Foursquare
PINTEREST 100 Milioni Utenti Attivi via The Next Web
REDDIT 114 Milioni Utenti Attivi via Reddit
BEHANCE 4,2 Milioni Utenti Registrati via Behance
WECHAT 650 Milioni Utenti Attivi via The Next Web
WHATSAPP 1 Milairdo Utenti Attivi via Facebook
SNAPCHAT 200 Milioni Utenti Attivi via Statista
LINE 170 Milioni Utenti Attivi via Linecorp
TELEGRAM 60 Milioni Utenti Attivi via Telegram
FB MESSENGER 800 Milioni Utenti Attivi via re/code
HTA Consulenza informatica - Internet

L’elogio della lentezza

Hardware vecchio? Software obsoleto? Ma va benissimo, perché cambiarlo?

Ecco perché (e calcoliamo per difetto!): 120” accensione PC e prima che il sistema operativo vada a regime + 30” per aprire ad es. Word + 90” per lanciare Outlook e aspettare che sincronizzi la posta + 90”/giorno per attendere 2/3 stampe + 180”/giorno per aprire e chiudere qualche documento + 60” per un aiutino al collega + 30” per attendere la chiusura dei programmi e lo spegnimento del PC a fine giornata = 10 minuti/giorno X 5 giorni X 42 settimane = 2.100 minuti = 35 ore a persona/anno. Ma se in una piccola ditta 3 persone lavorano al PC? E con 6 persone al PC? Beh, con 6 persone 12.600 minuti = 210 ore/anno X 40,00 € lordi/ora = 7.350,00 €/anno spesi per pagare lavoratori in… attesa  (N.d.R. HTA Group).

Le parole contano, ma i numeri cantano.

Fonte Wired di Antonio Carnevale, 10 marzo 2017

Quanto tempo si perde al lavoro a causa dei computer vecchi?

La presenza di tecnologie obsolete in ufficio fa perdere tempo (e denaro) e rappresenta una delle maggiori fonti di stress per i lavoratori

“Hai provato a spegnere e riaccendere?”. Forse a molti può sembrare strano, ma ancora oggi questa è una domanda ricorrente negli uffici italiani. E anche la modalità più diffusa per (tentare di) risolvere i problemi. Secondo MonsterCloud infatti, gli inconvenienti legati alle apparecchiature informatiche sono all’ordine del giorno in molte realtà aziendali. E rappresentano una delle maggiori fonti di stress per i lavoratori.

Dalla stampante che si inceppa al software non aggiornato, le tecnologie obsolete (se non proprio danneggiate) ci fanno sprecare un sacco di tempo. Una recente ricerca finanziata da Sharp ci ha detto che, a livello europeo, perdiamo ben 19 giorni di lavoro all’anno. Non solo. L’utilizzo di tecnologie low-tech comporta anche notevoli perdite dal punto di vista della produttività e, ça va sans dire, dei costi importanti per le aziende.

Tuttavia, la maggior parte dei dipendenti preferisce cercare di risolvere autonomamente questo tipo di contrattempi.

Con scarso successo. Anche perché, il livello di alfabetizzazione informatica non sembra essere altissimo. I partecipanti all’indagine hanno dichiarato di dover spendere più di 13 minuti al giorno per aiutare i colleghi a usare programmi come Word e Power Point.

Certo, in America non stanno meglio, se pensiamo che il Pentagono si affida ancora a computer IBM Series/1 degli anni ’70 e floppy disk per il controllo del suo arsenale nucleare. Ma questa è un’altra storia. Oltre che una magra consolazione.

La verità è che, ad oggi, molte aziende italiane (il 57%) faticano a tenere il passo con le esigenze della digitalizzazione. Secondo uno studio realizzato dalla società di ricerche Pierre Audoin Consultants e pubblicato da Fujitsu, la trasformazione digitale non è ancora diventata la loro principale priorità. Solo il 17% di esse infatti, giudica il digitale fondamentale per il proprio business, mentre il 42% ritiene prioritarie problematiche diverse e più contingenti, come quelle di carattere economico. E questo si riflette anche negli investimenti fatti in formazione.

C’è di più. Il Cedefop – European Centre for the Development of Vocational training dell’Unione europea – calcola che da qui al 2025 crescerà la richiesta per lavori altamente qualificati (circa 46 milioni) o mediamente qualificati (43 milioni). Mentre solo 10 milioni saranno quelli per i quali non servirà una particolare preparazione.

Cosa significa? Significa che in futuro, per lavorare, non basterà saper usare Word e Power Point. O continuare a risolvere i problemi con la procedura dello spengo e riaccendo. Bisognerà piuttosto essere molto specializzati. E disposti a imparare continuamente cose nuove. Investendo su noi stessi, prima ancora che inizino a farlo le aziende.

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Il lato oscuro

La celeberrima situazione cosmologica che StarWars rappresenta nella eterna lotta tra bene e male, trova una corrispondenza in Internet nel cosiddetto “lato oscuro del Web”.

Ma non facciamo riferimento alla palude della pornografia, quella che genera circa il 30% di tutto il traffico della “grande rete” (potremmo snocciolare numeri interessanti sul “PIG Data“), ma al Web più profondo, più deep e più dark, là dove imperversano armi, droga e le peggiori perversioni dell’umanità. Il paradosso? Che questo in spazio, ricettacolo di ogni reietto, troviamo delle luci: Edward Snowden e gli attivisti delle primavere arabe hanno usato il “lato oscuro” di internet per sfuggire a censura e controlli (N.d.R. HTA Group).

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