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Like sì o no? Stati ansiogeni e moti compulsivi

Voglio Like, ma ho paura

Like sì o no? Stati ansiogeni e moti compulsivi, la paura di non essere raggiunti al cellulare, il terrore di essere dimenticati, oppure, all’opposto il timore di essere tracciati negli acquisti, di essere geolocalizzati. Le contraddizioni del nostro “io” dalla tecnologia connessa (N.d.R. HTA Group).

Fonte il Giornale.it, di Sara Mauri, 02 agosto 2017

Cellulari e computer hanno creato ansie che prima non c’erano. Persino sulle fotografie

Una mail ci raggiunge praticamente ovunque, le ricerche sono semplici, i documenti accessibili. Possiamo analizzare masse enormi di dati, possiamo comunicare in tempo reale su lunghe distanze.

I nostri dispositivi ci aiutano, e molto. Con il telefono in mano possiamo spegnere le luci di casa, avviare la lavatrice, controllare l’allarme. Da quando la tecnologia è entrata nelle nostre vite, le cose sono più semplici. Però, quasi si trattasse di qualche strano effetto collaterale, sono nate nuove fobie. E sono nuove, perché prima non esistevano. Si chiamano fobie, ma spesso vengono descritte come paure o ansie. Tuttavia, ansie, paure e fobie sono cose differenti. La parola «ansia» deriva dal latino anxus e significa «stretto». Si tratta di una affannosa agitazione provocata da bramosia e incertezza, è essenzialmente di una reazione emotiva dove il pericolo è solo percepito. La paura, invece, è qualcosa di più razionale, è riconducibile a un pericolo reale: è tangibile. Solo una decina di anni fa, quando i dispositivi non erano propriamente gli stessi che abbiamo ora, spesso i computer si bloccavano e non ripartivano. La linea 56k ci metteva tantissimo a collegarsi e emetteva un suono infinito, provando e riprovando a ottenere il collegamento. E i computer sono stati odiati e maledetti. Magari, davanti a uno schermo bloccato. Quella rabbia forte, quella rabbia che ci faceva dire «adesso stacco tutti i cavi», quel chiedersi perché quel dannato attrezzo infernale non comunicava e non si spegneva, quella rabbia che ci provocava un rifiuto verso il nostro schermo bombato, quella che ci faceva battere forte il cuore per il timore che tutti i documenti sarebbero andati persi, quell’istinto atavico che ci faceva giurare che mai più avremmo acceso il pulsante «on», quella era «tecnofobia». La «tecnofobia» genera nell’individuo paura e rifiuto verso la tecnologia. In quei momenti, anche il più paziente dei pionieri del web avrebbe rifiutato la tecnologia. Ma esistono altre paure che prima della tecnologia non esistevano. E sicuramente, queste paure le avranno sperimentate tutti, almeno una volta nella vita.

Avete la necessità di controllare sempre il telefono, non riuscite a farne a meno neanche per un’ora, temete di andare in un luogo perché il telefono non prende? Avete paura di staccarvi dal vostro amato computer anche solo per poche ore? Potreste avere i sintomi della «nomofobia». In alternativa, se la vostra paura è quella di sentirvi dimenticati dal mondo dei social network e di non ricevere «like», potrebbe trattarsi di «athazagorafobia»: la paura di essere dimenticati.

Pensate che i computer ci rubino dati personali e che siano troppo invasivi? Controllate che i computer non abbiano accesa la localizzazione e che non traccino i vostri acquisti? Tutti sintomi della «cyberfobia», la paura fobica dei dispositivi, visti come componenti ostili. Se siete timidi, potreste invece aver timore irrefrenabile di fare telefonate o di ordinare una pizza. Questa fobia si chiama «telefobia»: si ha paura di telefonare perché si teme di non apparire brillanti. La «neofobia», invece, è la paura ingiustificata che si prova verso i cambiamenti e verso le nuove idee. Che dire? Esiste anche la paura di essere giudicati male per aver postato una foto: è «catagelofobia», collegata alla paura di sentirsi brutti agli occhi altrui. Ma si può anche avere paura di prendere la metropolitana, legata alla paura di trovarsi negli spazi chiusi (claustrofobia) e alla paura di trovarsi in spazi con persone (agorafobia).

Paradossalmente, esiste anche la paura di incontrare le persone vis à vis. Però, qui, la tecnologia aiuta: anziché incontrare qualcuno e provare un forte stress, ci si può parlare da dietro a uno schermo. Triste, ma utile.

Paint

Paint non scomparirà

E conserviamoci anche questo pezzo di storia!

La validità di questo applicativo residente nel Sistema Operativo di Microsoft è limitata e non paragonabile a Photoshop o Gimp (Free e Open Source)… ma alle cose ci si affeziona e simo un po’ nostalgici (N.d.R. HTA Group).

Fonte Repubblica.it, di Simone Cosimi, 25 luglio 2017

Lo storico programma di fotoritocco uscirà dal sistema operativo ma sarà scaricabile gratuitamente dal negozio virtuale. Molte delle funzionalità integrate nell’erede Paint 3D. Ecco le alternative

FERMI TUTTI, Paint non è morto. Il mitico programma di fotoritocco, integrato e disponibile su tutti i pc equipaggiati con sistemi operativi Windows, non andrà del tutto in pensione per lasciare spazio al fratello maggiore Paint 3D. Dopo 32 anni di lavoro – sul tema sono tornati in tutta fretta anche i massimi vertici di Redmond con una comunicazione apposita dopo il curioso moto di nostalgia che ha colpito mezzo mondo – si trasformerà e sarà gratuitamente a disposizione su Windows Store, il negozio delle applicazioni per l’ambiente operativo del colosso guidato da Satya Nadella.

“Abbiamo notato un’incredibile ondata di nostalgia per MS Paint – ha spiegato Megan Saunders che in Microsoft dirige la 3D for Everyone Initiative – e se c’è qualcosa che abbiamo imparato è che dopo 32 anni MS Paint ha ancora un sacco di fan. Per questo abbiamo deciso di chiarire la situazione e condividere alcune buone notizie”. Si tratta appunto del fatto che Paint rimarrà in una nuova casa: non più integrata nel sistema operativo ma appunto scaricabile dal Windows Store. Senza contare che molte delle vecchie funzionalità rimarranno nel nuovo Paint 3D, introdotto lo scorso aprile con una Creators Update.

Con il prossimo aggiornamento, quello autunnale, è invece prevista – fra le altre funzioni e programmi ritenuti obsoleti come 3d Builder ed Outlook Express – la rimozione di Paint dai sistemi operativi. L’intervento del management conferma dunque che il software nato nel 1985 uscirà dal sistema per traslocare nel negozio di app, da cui recuperarlo agevolmente.

Ovviamente di alternative a Paint, se proprio non si resiste a quell’impianto essenziale per disegnare e lanciarsi in poche ma divertenti funzionalità grafiche, ce ne sono molte. Online e offline. Si va da Gimp (Windows/macOS/Linux) a Inkscape (Windows/macOS/Linux) passando per Artweaver Free (Windows). A dirla tutta sono spesso cloni di Photoshop, più che di Paint.

Se il problema è invece catturare, modificare, salvare e condividere screenshot – diciamoci la verità, Paint lo usavate ormai solo per quello – Windows offre una soluzione migliore. E la offre da una quindicina d’anni: si chiama Snipping Tool (in italiano Strumento di cattura), introdotto nel lontano 2002 con un pacchetto di aggiornamenti Windows XP dedicati ai tablet. Negli anni è stato sotterrato ma per recuperarlo bisogna andare negli Accessori, sotto la cartella Programmi. Su Windows 10 digitate “snip” nella casella di ricerca di Cortana. Qui tutte le istruzioni. Lo strumento di cattura, estremamente essenziale, permette anche di realizzare screenshot irregolari. E premendo la combinazione Cntrl/Stamp gli screenshot finiscono nel programma, a patto che sia aperto.

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Il lato oscuro

La celeberrima situazione cosmologica che StarWars rappresenta nella eterna lotta tra bene e male, trova una corrispondenza in Internet nel cosiddetto “lato oscuro del Web”.

Ma non facciamo riferimento alla palude della pornografia, quella che genera circa il 30% di tutto il traffico della “grande rete” (potremmo snocciolare numeri interessanti sul “PIG Data“), ma al Web più profondo, più deep e più dark, là dove imperversano armi, droga e le peggiori perversioni dell’umanità. Il paradosso? Che questo in spazio, ricettacolo di ogni reietto, troviamo delle luci: Edward Snowden e gli attivisti delle primavere arabe hanno usato il “lato oscuro” di internet per sfuggire a censura e controlli (N.d.R. HTA Group).

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Piano tiles 2: perché no, rilassiamoci

Raro trovare un gioco che non sia un “ammazza-tutti” portatore di un minimo di qualità e, in questo caso, di buona musica. La sfida è alla portata di TUTTI, anche di chi non ha dimestichezza col mondo del videogame e della musica. Non si tratta di una novità, ma è uno dei migliori giochi del 2015, magari è sfuggito a qualcuno (N.d.R. HTA Group).

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Cattive abitudini sui social

Fretta, disattenzione, superficialità desiderio di esserci: clicco ergo sum. Con una vena di perfidia (ma non troppo), a questo quadro aggiungiamo il fatto che l’azione del leggere non sempre coincide con la comprensione. Dunque leggere e comprendere costituisce una fatica intellettuale e la perdita di visioni profonde legate ad una lettura attenta conduce a situazioni comprese tra il banale malinteso e la risposta senza senso o la mistificazione del contenuto e la perdita del patrimonio emotivo legato a una comunicazione. Ma abbiamo dimenticato un presupposto fondamentale: che i testi pubblicati abbiano un significato, ma questa è un’altra storia.
A compendio di questo quadro, rimandiamo alla sintesi elaborata dall’ISTAT in merito ai dati sulla lettura, il riferimento non è ai Social ma a libri, e-book e quotidiani, ma il quadro è comunque interessante e complementari. Ma chissà chi è arrivato a leggere fino a qui?  (N.d.R. HTA Group)

Fonte Hootsuite, Alexia Gattolin, 23 agosto 2016

Compiere un’azione a suon di swipe o premendo un semplice tasto è ormai la norma. Viviamo in un mondo in cui possiamo fare sempre più cose con il minimo sforzo, e se ci è richiesto un po’ di impegno in più iniziamo a storcere il naso.

Certo, poter risparmiare tempo ha un valore inestimabile, soprattutto per chi è costretto a correre sempre, ma alla lunga si può anche incorrere nel rischio di abituarsi un po’ troppo…alla pigrizia. Può succedere in tutte le situazioni, e accade ovviamente anche sui social.

Se sei un tipo solitamente molto attivo – o iperattivo – potresti pensare che l’argomento non ti tocchi da vicino. Ma è proprio così? Quali sono gli atteggiamenti più comuni dei social-pigri più incalliti, o anche solo occasionali? Vediamoli insieme e cerchiamo di capire se e come si può uscire dal tunnel. Senza strafare, tranquillo.

Mettere un like, commentare o condividere un post senza (prima!) averlo letto

Vedi un articolo su Facebook, con un titolo che non lascia molto spazio ad interpretazioni, e senza pensarci due volte esprimi il tuo sono d’accordo o meno con un like o una reaction. Se proprio sei in vena lo condividi anche, magari con un commento. Mai capitato?

E se si trattasse solo dell’ennesima mossa di clickbaiting? O di una bufala? E se nell’articolo ci fosse scritto qualcosa che non condividi per niente, o che è l’esatto contrario di quello che hai appena sostenuto? Imbarazzante. La pessima figura è sempre dietro l’angolo, in questi casi. Non bisogna mai abbassare la guardia, soprattutto se stai gestendo un account aziendale. Immagina la catastrofe.

Un articolo condiviso qualche tempo fa dalla NPR è diventato virale proprio perché ha dimostrato quanto sia diffusa questa cattiva abitudine. Il titolo recitava semplicemente “Perché l’America ha smesso di leggere?”. Argomento apparentemente chiaro e inequivocabile. E visto che si trattava anche di una domanda abbastanza provocatoria, i commenti di tanti social-pigri non si sono sprecati. Molte delle persone che avevano commentato l’articolo sui social, però, non lo avevano nemmeno letto.

Se lo avessero fatto, si sarebbero accorti che si trattava in realtà di un simpatico pesce d’aprile. Il testo, infatti, recitava: “A volte abbiamo la sensazione che le persone scrivano commenti sulle storie pubblicate da NPR senza averle lette. Se stai leggendo questo messaggio, metti like a questo post senza scrivere commenti. Poi vediamo cos’hanno da dire le persone su questa storia”.

Il 68% degli utenti dei social condivide contenuti con lo scopo di far capire agli altri “chi sono e cosa gli interessa”. Niente di male, anzi. Però, prima di condividere un articolo – qualunque ne sia la fonte – non si puoi non leggerne il contenuto. Regola numero uno. E 3.0.

Condividere “random” (e senza interesse) solo perché sei sparito da un po’

È vero, periodi di lunga assenza sui social non sono mai il massimo per mantenere attiva l’interazione. Ma se non sei in vena, o non hai nemmeno una manciata di minuti da dedicare alla lettura e alla condivisione, non vale la pena compiere azioni inutili. Piuttosto aspetta che arrivi un momento migliore, in cui hai la giusta curiosità e la giusta dose di tempo per creare valore. Giova a te stesso (perché sei anche ciò che condividi), e anche agli altri (altrimenti verrebbe meno il senso stesso della “condivisione”).

Spesso, quando “dobbiamo esserci a tutti i costi”, può capitare di retwittare o condividere direttamente un link senza aggiungere alcun commento o contributo. Per pura pigrizia, o perché basta lo stretto indispensabile, o perché nemmeno noi stessi siamo particolarmente presi dall’argomento. Ma ti sei accorto che quando posti un contenuto sui social senza scrivere nulla di tuo – nemmeno una parola o un semplice emoji – l’engagement cala notevolmente?

Chiediti perché i tuoi follower dovrebbero trovare interessante l’articolo, o notarlo rispetto a migliaia di altri. Chiediti perché tu ritieni che sia importante, che cosa ti comunica, quale dibattito può aprire. E se non trovi un motivo valido…questa è sicuramente un’altra delle cattive abitudini sui social media che dovresti provare ad evitare.

Sparare like a raffica, neanche fossi un bot

OK, sei appena uscito dall’ufficio e hai voglia di spegnere il cervello per un po’. Hai lo smartphone in mano e ti aspetta un’ora di mezzi pubblici per tornare a casa. Vai su Facebook, inizi a scorrere tra i contenuti, e il dito inizia a ticchettare indiscriminatamente su qualunque cosa. Che c’è di male? Assolutamente niente.

Ma analogamente ai contenuti ripubblicati in modo automatico o fine a se stesso, anche mettere compulsivamente like a qualunque cosa può finire tra le cattive abitudini sui social media. Soprattutto se è l’unica maniera per interagire con i tuoi contatti e se ti interessa tenere alto l’engagement (e ti interessa…sappiamo che ti interessa).

La scrittrice Elan Morgan (Schmutzie) ha condotto un esperimento: per due settimane ha smesso di mettere like a qualunque post pubblicato su Facebook. Il motivo? “Il like è come un cenno silenzioso del capo per dare la propria approvazione in una stanza rumorosa. Così è molto più semplice rispetto a un sì, un sono d’accordo e un anche io”.

Certo, nel frattempo su Facebook sono arrivate le reaction, che almeno ti fanno scendere di un gradino nella scala della social-pigrizia perché devi tenere premuto il dito e scegliere fra ben sei diverse opzioni! Ma il senso non cambia di molto. Sono sfumature di mi piace o non mi piace, non dicono molto di più su di te. Non ti coinvolgono e non coivolgono chi vedrà il tuo like. Perché te lo ricordi, vero, che gli altri possono vedere le tue azioni sui social? Nella maggior parte dei casi i tuoi like appaiono nel feed dei tuoi follower: non metterne di imbarazzanti. E se proprio non puoi farne a meno, almeno corri a modificare le impostazioni della privacy. Ora.

A maggior ragione su Instagram…la pratica del like for like è anacronistica e fastidiosa (sebbene ancora diffusa), e non è il massimo farsi scambiare per un bot. La tua rete sui social è fatta di persone reali. Tornando all’esperimento appena accennato, Morgan ha sintetizzato così le sue conclusioni: “Sono diventata più presente e coinvolta, perché ho dovuto usare le mie stesse parole e non un semplice pulsante. Trovavo il tempo per dire alle persone quello che pensavo o sentivo, per prendere atto della vita dei miei amici, condividerne gioie e dolori con gli altri. Ne è risultato che c’è molta più umanità e affetto nelle parole che nell’utilizzo del like”.

Emoji e GIF. Belli…ma ricordati anche di scrivere, ogni tanto

Come ha rilevato il Cassandra Report, 4 persone su 10, di età compresa fra i 18 e 35 anni, preferiscono comunicare con le immagini piuttosto che con le parole. Emoji e GIF offrono senza dubbio la possibilità di condividere reazioni ed emozioni in modo molto divertente e immediato. L’Oxford Dictionary ha addirittura proclamato Parola dell’anno 2015 l’emoji che ride con le lacrime agli occhi.

Ma a volte si tratta solo di utilizzare un pretesto per evitare di dare una risposta appropriata. O la strada migliore per tagliare corto, soprattutto quando sostituiscono le parole. La fashion blogger Leandra Medine (Man Repeller), ce lo spiega così:

“Mia suocera mi aveva appena mandato un messaggio chiedendomi se mi sentissi meglio e l’unica cosa che mi venne in mente fu inviarle l’emoji con la faccia verde. Non volevo dirle di no, ma non volevo nemmeno dirle di sì. È un ottimo modo per aggirare la questione e non dare nessuna risposta, perché in realtà non stai dando una vera risposta. È come dire ‘io butto fuori qualcosa, sei tu a scegliere cosa pensare’”.

Il punto è che chi sta dall’altra parte, e vede fioccare un emoji dopo l’altro durante quello che dovrebbe essere uno scambio di battute o una conversazione, spesso sa esattamente cosa significa. Scarso interesse. Punto. E se invece l’interesse c’è, e si tratta solo di pigrizia…forse allora vale la pena dimostrarlo. Con i fatti: cioè, almeno in questo caso, a parole.

Sei ancora sicuro di non essere vittima anche tu, ogni tanto, delle cattive abitudini sui social? Ne hai qualcun’altra da raccontarci? Lascia un commento a questo articolo. Ci fidiamo: siamo certi che lo avrai letto attentamente, prima! [vai all’articolo originale e commentalo :)]

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Chrome: connessioni https protette

La sicurezza in rete, questione decisamente sottovalutata. Perché? Leggerezza e superficialità? Sottovalutazione dei rischi? Con l’aumentare della disponibilità di banda per l’accesso a Internet, a fronte di uno spostamento del lavoro e del mercato on-line nonché con la diffusione di applicazioni per dispositivi mobili, le frodi, i furti di identità i virus e il malware imperversano. Per questo Google procederà gradualmente nel contrassegnare i siti HTTP con un’icona con un triangolo rosso  (N.d.R. HTA Group).

Fonte egoo, Google Apps Reseller, Google Team, 14 settembre 2016

A partire da gennaio 2017, Google Chrome inizierà a considerare non sicuri i siti HTTP nei quali avvengono transazioni economiche, si trasmettono password o si effettuano pagamenti con carte di credito. A tendere, Chrome contrassegnerà tutte le connessioni HTTP come non sicure, così da favorire il passaggio alle connessioni HTTPS. Continua a leggere

Ecco 5 App che permettono di “controllare” amici, familiari e dipendenti

Che dire? Il garante della Privacy in merito si è espresso con chiarezza (si vedano i rimandi in calce alla pagina) segnando, in riferimento all’ambiente lavorativo, precisi limiti al datore di lavoro e garanzie per il lavoratore. Tuttavia, a vario titolo, il desiderio di “sapere” è forte e l’introduzione massiva di potente tecnologia tascabile unitamente ad una sofisticata rilevazione satellitare, hanno portato allo sviluppo di Apps per l’esercizio di una s”sorveglianza” più o meno lecita.

Ma la necessità di “controllo” potrebbe essere un’istanza legittima che potrebbe essere difficile esercitare in assenza di Smartphone come, ad esempio, conoscere la posizione dell’auto, della valigia, del proprio cane o dei propri figli. A costi contenuti, il mercato offre soluzioni interessanti che contemplano questo scenario di utilizzo quotidiano, CONTATTACI PER INFO (N.d.R. HTA Group).


Fonte QuiFinanza, giugno 2016

Le App iniziano a spopolare soprattutto fra i datori di lavoro nei confronti dei dipendenti

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Multitasking: ci rende meno produttivi, e più tonti

Fonte StartupItalia, di Cinzia Franceschini, 16 luglio 2016

Si finisce per sentirsi stanchi molto prima di quando si dedica l’attenzione a una cosa sola. In più si mangia di più, si assume più caffeina e si riduce la propria produttività. Quartz spiega perché dovreste dire addio al multitasking.

Leggere le email, mentre diamo un’occhiata a Facebook, mentre ingurgitiamo del caffè, mentre controlliamo l’ora, mentre ci affrettiamo per non perdere il treno. Multitasking. Alternarsi tra più di due attività contemporaneamente con l’illusione di riuscire a fare tutto nel minor tempo possibile. Ma l’unico risultato è che alla fine ci sentiamo solo stanchi. Più distratti. E meno svegli. Continua a leggere

Microsoft ora taglia OneDrive da 15 a 5 GB

Fonte WindowsPhoneItalia, di  Alessandro Bertola, 15 luglio 2016

L’ora è giusta, dopo i numerosi avvisi perdurati in questi mesi, Microsoft ha iniziato ad attuare il taglio di GB dagli account cloud di OneDrive.

SCELTA DECISAMENTE INFELICE equiparabile alla fatalità di Win 10. Un po’ come se Google decidesse di tagliare la suite di servizi offerta a a canone “0”.. che dire? Alla luce dei fatti, si rafforza l’evidenza dell’impatto “sociale” del gruppo di Mountain View, in grado di fornire a titolo gratuito Android, sistema operativo per dispositivi mobili apprezzato da miliardi di persone; GMail, una freemail straordinaria con una suite di servizi associati; Google Apps for Education, una piattaforma con spazio e account illimitati per le scuole. Scusate se è poco (N.d.R.).

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Malware e Android: HummingBad, il presente su 85 milioni di dispositivi

Fonte  WIRED.it, di Lorenzo Longhitano del 06 luglio 2016

Se installato, il malware è pericoloso e insidioso. Trovarselo per puro caso sul telefono però è praticamente impossibile, ecco come starne alla larga

L’ennesimo malware per smartphone Android sta destando preoccupazione in questi giorni: si chiama HummingBad e, secondo Check Point Software che per prima ne ha fornito una documentazione, vanta al suo attivo 85 milioni di dispositivi già infettati e un vero e proprio team di sviluppo, basato in Cina, molto ben strutturato e in grado di rastrellare tramite la sua creatura circa 300mila dollari al mese. Ma quali sono i rischi concreti che il malware rappresenta per gli utenti nostrani? Continua a leggere